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Alzheimer: la solitudine dei malati e dei caregiver dopo il Covid

Sono sempre più giovani, e con diagnosi più recente, i malati italiani di Alzheimer. Più giovani anche i caregiver, in prevalenza tra 46 e 60 anni. Permane la forte connotazione di genere della malattia: il 62,2% di pazienti è donna, così come oltre il 70% di caregiver.
La famiglia resta il soggetto centrale dell’assistenza per i malati di Alzheimer, ed è condizionata dalla malattia del congiunto. Oltre la metà dei casi segnala tensioni tra familiari.
Ma di fatto, è sul caregiver che si concentra la maggior parte degli oneri assistenziali. Il 68,3% afferma di sentirsi solo, ma l’84,9% si sente utile nonostante la situazione di grande difficoltà. 

È quanto emerge dal quarto rapporto Censis, svolto in collaborazione con Aima (Associazione Italiana Malattia di Alzheimer) e il contributo di Roche, dal titolo ‘L’impatto economico e sociale della malattia di Alzheimer dopo la pandemia da Covid-19’.

Peggiora la qualità dell’assistenza pubblica

Minoritaria la quota di intervistati che fornisce un giudizio positivo sull’attuale situazione dell’assistenza pubblica al proprio familiare (36,2%). Nella percezione dei caregiver (42,3%), in particolare dopo la pandemia, non si è riscontrata nessuna variazione significativa nell’offerta di servizi per le persone con Alzheimer.

Anzi, per il 29,8% la situazione è peggiorata.
Poco è mutato rispetto alla condizione di chi convive con l’Alzheimer e al modello assistenziale basato sulla delega alle famiglie.
Lo conferma anche la nuova stima dei costi economici e sociali della malattia. L’aumento complessivo del costo medio annuo per paziente ha raggiunto 72.000 euro, +15% rispetto al 2015 della quota di costi diretti a carico delle famiglie.

Divari tra Nord e Sud nel ricorso ai servizi sanitari

Più della metà dei pazienti (53,3%, quasi il 60% al Sud) non ha mai effettuato una visita presso un Cdcd (Centro per i disturbi cognitivi e le demenze) e solo il 37,7% è seguito da un Cdcd.

Si registra poi un divario tra i pazienti presi in carico dal Cdcd: sono il 48,2% tra i residenti al Nord, contro un terzo circa di quelli che vivono al Centro e al Sud.
Negli anni i tempi per diagnosticare la malattia sono variati di poco, ma risultano ancora aumentati, passando da una media di 1,8 anni nel 2015 a 2,0 anni nel 2023.

Il disturbo lieve (Mci) 

Sono pazienti abbastanza giovani (età media 71 anni, 45,1% meno di 70 anni, e non a prevalenza femminile, come nell’Alzheimer, coloro che soffrono di un disturbo lieve (Mci). Il primo referente a cui si sono rivolti è il medico di medicina generale, seguito dallo specialista neurologo pubblico. Solo il 6,9% ha consultato direttamente un Cdcd. Tuttavia, la maggioranza indica nel Cdcd il soggetto che ha effettuato la diagnosi. 

Secondo gli intervistati, poi, il rapporto con i servizi assistenziali è inesistente e il supporto psicologico fornito dal Ssn insufficiente, nonostante il 68,5% denunci difficoltà nella quotidianità e bisogno di forme di sostegno.
Per il 90,1% è la paura di peggiorare a dominare l’esistenza. Per affrontare i loro problemi, i pazienti prima di tutto vorrebbero terapie farmacologiche efficaci (88,2%).

Genitori ai primi passi: un sostegno psicologico aiuta a superare le difficoltà

È quanto ha scoperto la survey ‘Genitori ai primi passi’, sviluppata da Nestlé insieme a Unobravo e il supporto della piattaforma YouGov: i neo genitori sono disorientati e confusi. Investiti da un eccesso di informazioni e consigli spesso non richiesti, 6 su 10 dichiarano di gradire un supporto psicologico. Ma solo il 4% si rivolge a un professionista.

In tema di salute emerge poi la tendenza a sacrificare il proprio benessere a favore di quello del bambino. Solo il 35% delle mamme, contro al 52% dei papà, afferma di sentirsi bene fisicamente e mentalmente.
L’84% di loro rifarebbe comunque un figlio, e il 69% può contare sul sostegno del partner nei compiti genitoriali. Ma per più della metà (59%) essere genitore è difficile.

Coppie più unite dalla parità di genere

La prima persona a cui ci si rivolge per chiedere aiuto nei momenti critici è il proprio partner (67%), un dato che evidenzia una forte connessione e fiducia nella relazione tra genitori, e che conferma una maggiore parità di genere nella condivisione delle responsabilità familiari.

I papà, infatti, secondo l’80% dei genitori intervistati, sono più attivi nel prendersi cura dei propri figli rispetto alle generazioni precedenti.
Tuttavia, è importante sostenere maggiormente la coppia.
Tra le principali difficoltà che un neogenitore deve affrontare emerge infatti che solo il 32% dei neo genitori, meno di 1 su 3, sente di avere il controllo delle sfide che deve affrontare.

Malessere e percezione di uno scarso controllo

Questa percezione di scarso controllo può avere un impatto significativo sul benessere psicologico, creando un effetto circolare: più si ha la sensazione di perdere il controllo, più aumenta il senso di malessere, e viceversa.

Come osserva Valeria Fiorenza Perris, psicoterapeuta e direttore clinico del servizio di psicologia online Unobravo, “il sostegno di chi ci circonda è fondamentale, ma a volte da solo non basta. Per questo è importante sensibilizzare i neo genitori affinché riconoscano il bisogno di un supporto psicologico durante una fase così delicata. Chiedere e accogliere un aiuto significa darsi l’opportunità di mettere a fuoco ciò che si prova, e il sostegno di un professionista può offrire preziosi strumenti per affrontare le sfide connesse alla genitorialità”.

Pressioni sociali e aspettative familiari 

La situazione si combina poi con le pressioni e aspettative sociali e familiari, vissute spesso come irrealistiche. Quasi il 40% dei genitori dichiara di avvertire la pressione sociale su come crescere i propri figli, e più della metà (59%) si sente stressato dall’opinione altrui. 

“Una delle principali fonti di ansia per i neogenitori è quella di una responsabilità troppo schiacciante. C’è una convinzione diffusa che tutto debba essere perfetto per accogliere un bambino – aggiunge Valeria Fiorenza Perris -. Considerare invece l’ansia o la preoccupazione come una parte naturale del percorso può aiutare a proiettarsi in questo ruolo con serenità e maggiore sicurezza”.

Abbandono scolastico: perchè in Italia è ancora così alto?

Nel 2023, in Italia, ben 431mila giovani tra i 18 e i 24 anni hanno abbandonato prematuramente la scuola, interrompendo il percorso formativo dopo aver conseguito al massimo la licenza media. Secondo i dati elaborati dall’Ufficio studi della Cgia su fonti Eurostat e Istat, questi ragazzi non frequentano né corsi scolastici né professionali di almeno due anni, trovandosi così esclusi dalle opportunità formative e occupazionali.

La povertà educativa è particolarmente diffusa nel Mezzogiorno, ma rappresenta una problematica anche in alcune aree del Nord Italia. Nonostante una leggera riduzione del fenomeno a livello nazionale negli ultimi anni, l’abbandono scolastico continua a riguardare soprattutto i giovani provenienti da famiglie con gravi difficoltà economiche e sociali.

Conseguenze sul mercato del lavoro

Il futuro lavorativo di questi ragazzi appare incerto. Senza una formazione adeguata, sarà difficile per loro accedere a occupazioni ben retribuite o di qualità. Le grandi trasformazioni in corso, come la transizione ecologica e digitale, richiedono competenze specifiche che spesso si ottengono solo attraverso percorsi formativi più avanzati.

Le imprese, sempre più alla ricerca di figure altamente specializzate, potrebbero faticare a trovare i profili necessari, aggravando ulteriormente il divario tra domanda e offerta di lavoro qualificato.

Il ruolo fondamentale degli istituti professionali

Un’alternativa importante per contrastare l’abbandono scolastico è rappresentata dagli Istituti di Istruzione e Formazione Professionale (IeFP), che svolgono un ruolo cruciale nel recupero di studenti che hanno incontrato difficoltà nel loro percorso formativo.

Questi istituti, spesso situati in zone periferiche, sono veri e propri baluardi contro la dispersione scolastica. Offrono un’opportunità di riscatto, soprattutto a giovani stranieri o a quelli che hanno vissuto insuccessi scolastici precedenti. Però, per continuare a svolgere questa funzione di supporto, è necessario che ricevano più risorse rispetto a quelle attualmente disponibili.

Le regioni con il più alto tasso di abbandono

Le regioni del Sud e delle Isole registrano i tassi di abbandono scolastico più elevati. La Sardegna, con un tasso del 17,3%, è la regione più colpita, seguita da Sicilia (17,1%) e dalla Provincia Autonoma di Bolzano (16,2%).
Anche Campania (16%), Puglia (12,8%) e Calabria (11,8%) mostrano livelli preoccupanti. In termini assoluti, la Campania guida la classifica con 72mila giovani che hanno lasciato la scuola prematuramente, seguita da Sicilia (62mila) e Lombardia (53mila).

Confronto europeo: Italia tra i peggiori

A livello europeo, l’Italia si posiziona tra i Paesi con i tassi di abbandono scolastico più alti, con il 10,5% dei giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno interrotto gli studi. Peggio di noi solo Spagna (13,7%) e Germania (12,8%). La media dell’Eurozona è inferiore, attestandosi al 9,8%.

Scelte scolastiche: la preferenza per i licei al Centro-Sud

Nel 2023/2024, il 51,4% degli studenti delle scuole superiori italiane ha scelto un percorso liceale, mentre il 31,7% si è orientato verso istituti tecnici e il 16,9% verso istituti professionali. Nelle regioni del Nord come Veneto (56,9%), Emilia Romagna (56%) e Lombardia (52,4%), invece, gli istituti tecnici e professionali sono preferiti rispetto ai licei, poiché rispondono meglio alle esigenze del mercato del lavoro locale.

Italiani ‘campioni’ di spreco alimentare: come contrastare il fenomeno?

Sprechiamo troppo,. E il trend è in continua crescita, invece di segnare una controtendenza. Stiamo parlando dello spreco alimentare, un fenomeno che coinvolge in maniera significativa gli italiani, collocandoli fra gli “spreconi”. Il dato più significativo: nel 2024, nel nostro paese, si è registrato un incremento del 45,6% rispetto all’anno precedente.

Ogni settimana, ogni cittadino italiano butta via circa 683,3 grammi di cibo, contro i 469,4 grammi rilevati nell’agosto 2023. I dati emergono dal Rapporto Internazionale Waste Watcher 2024, curato dall’Osservatorio Waste Watcher International-Campagna Spreco Zero in collaborazione con l’Università di Bologna e Ipsos. Il rapporto ha l’obiettivo di sensibilizzare il prossimo G7 Agricoltura sul problema del “fine vita” dei prodotti alimentari.

I cibi più sprecati: frutta e verdura in testa  

Tra i prodotti alimentari più frequentemente sprecati spiccano quelli alla base della Dieta Mediterranea. Nella “top five” figurano frutta fresca (27,1 grammi), verdure (24,6 grammi), pane fresco (24,1 grammi), insalate (22,3 grammi) e cipolle, aglio e tuberi (20 grammi). Questi dati indicano un’evidente cattiva gestione della spesa familiare, con ripercussioni economiche significative.

Le ragioni per cui si butta così tanto

Secondo lo studio, il 42% degli italiani attribuisce lo spreco alimentare alla rapida deperibilità di frutta e verdura una volta portate a casa e conservate in frigorifero. Il 37%, invece, dichiara di buttare via cibo già vecchio al momento dell’acquisto. Inoltre, un terzo dei consumatori (37%) ammette di dimenticare gli alimenti in frigorifero, mentre solo il 23% pianifica i pasti settimanali. Il 75% degli italiani non è disposto o non è in grado di riutilizzare creativamente gli avanzi.

Necessaria una maggiore educazione alimentare

Andrea Segrè, direttore scientifico di Waste Watcher International, ha espresso preoccupazione per l’aumento dello spreco alimentare domestico, attribuendolo anche alla diminuzione della qualità dei prodotti acquistati, soprattutto dalle fasce di reddito più basse. Segrè ha sottolineato l’importanza di un intervento istituzionale per migliorare l’educazione alimentare nel Paese.

Le proposte di Confcommercio e Conai

Lino Enrico Stoppani, vicepresidente vicario di Confcommercio, ha suggerito di investire nell’educazione alimentare e di ridurre gli oneri burocratici per agevolare le donazioni di cibo. Simona Fontana, direttore generale di Conai, ha ribadito la necessità di sensibilizzare i consumatori affinché adottino comportamenti virtuosi per contrastare lo spreco alimentare.

Geografia e strategie antispreco in Italia

Dal punto di vista geografico, il Sud e il Centro Italia risultano le aree più colpite dallo spreco alimentare, con un aumento del 9% rispetto alla media nazionale. Al contrario, il Nord si dimostra più virtuoso con un -11%. Tra le strategie antispreco, l’87% degli italiani si dice disposto a congelare i cibi, ma solo il 29% cerca ricette creative per riutilizzare gli avanzi.