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Dal vintage al digitale: italiani appassionati collezionisti

La scintilla può nascere da una passione personale (55%), oppure perché ereditata da un parente (13%). I più giovani (18-24) sono attratti dall’estetica, la rarità e la storia del singolo pezzo. Per tutti gli altri (da 25 a 65), prevale il piacere di raccogliere, la soddisfazione di cercare, trovare e conservare gli oggetti.
Lo ha scoperto l’indagine commissionata a Ipsos da eBay: 6 italiani su 10 sono collezionisti. Possiedono una collezione, e il 33% ne ha avuta una in passato.

Una passione che attrae in modo trasversale uomini (57%) e donne (43%), con il digitale che rappresenta il canale di riferimento. Il 62% lo utilizza per acquistare nuovi pezzi e il 42% per vendere.
Le categorie più popolari? Monete e banconote, film e DVD, carte collezionabili, fumetti e manga.

Il web è un canale redditizio 

Il ricavato medio delle vendite online nell’ultimo anno è stato di 1.165 euro.
Chi vende online lo fa per finanziare l’acquisto di nuovi pezzi (23%) o realizzare un profitto dalla rivendita grazie all’aumento di valore acquisito nel tempo (26%).
Internet è la principale fonte di informazione, seguito da fiere e mercatini e negozi specializzati. I marketplace sono molto apprezzati dai collezionisti, ed eBay risulta essere il più conosciuto (57%).

Su eBay.it le collezioni più popolari sono trading card, action figure, collezionismo cartaceo, modellismo statico e militaria.
I pezzi più ricercati? Crte Pokémon, oggetti della Prima Guerra Mondiale e modellini di treni. E l’oggetto più raro è una carta Charizard del set base italiano in prima edizione certificata PSA 10, unica al mondo ad aver ottenuto una valutazione che si aggira sui 390.000 euro.

Custodita gelosamente e ammirata nei momenti liberi

Tra i giovani (18-34) spopolano le trading card e le action figure. Tra gli over 45, francobolli, vinili, film e DVD
GenZ e Millennial rappresentano l’anima più dinamica e social del collezionista, sono meticolosi, ambiziosi, ma anche estroversi, dedicano anche più di quattro ore a settimana alla loro passione per le carte Pokémon, Magic o sportive, nata spesso dalla nostalgia dell’infanzia.

Gli over35, principalmente si concentrano sulle collezioni di francobolli e monete, spesso ereditati da un parente e destinati ai propri discendenti. La loro passione è sostenuta dalla prospettiva che nel tempo, il valore del tesoro possa crescere e offrire un ritorno economico.

Una passione ultradecennale espressione della personalità

Gli over45 collezionano soprattutto vinili e film/DVD, non sono accumulatori seriali e trascorrono fino a tre ore settimanali tra bancarelle, ricerche online di edizioni limitate di un film o un disco che ha segnato la loro vita. La passione, spesso ultradecennale, è espressione della loro personalità, nutrita da nostalgia e ricerca di evasione.
Acquistano online e offline, ma prediligono la caccia al tesoro nei mercatini.

I collezionisti di fumetti e manga, invece, sono una specie in continua evoluzione, meticolosa e trasversale a tutte le generazioni, dai 18 ai 65 anni. Spesso vantano un’istruzione elevata, dimostrando che supereroi e samurai non precludono carriere brillanti.

Nuovi imprenditori: stranieri +29,5%, italiani -4,7% in dieci anni

Lo rivela l’Ufficio studi della CGIA: negli ultimi 10 anni le imprese attive guidate da titolari nati all’estero sono 133.734 in più (+29,5%) quelle in cui a capo c’è un italiano, invece, sono il -4,7% (-222.241). Oggi, delle 5.097.617 aziende attive presenti in Italia, 586.584, l’11,5% del totale nazionale, sono a conduzione straniera.

Sicuramente, il trend demografico di questi ultimi anni ha condizionato questi risultati. Tuttavia, tasse, burocrazia, caro-bollette, costo degli affitti e un senso perenne di precarietà di tante partite Iva hanno smorzato in molti italiani la voglia di autoimprenditorialità. Occasione, invece, che gli stranieri non si stanno lasciando scappare.
Di fatto, su 105 province monitorate solo in 7 gli imprenditori italiani sono cresciuti più degli stranieri, tutte nel Mezzogiorno: Catania, Messina, Cosenza, Siracusa, Nuoro, Vibo Valentia e Palermo.

I pro e i contro di un fenomeno articolato

Diversi esperti sostengono che in alcuni comparti stia avvenendo un ‘effetto sostituzione’. Le imprese straniere stanno rimpiazzando quelle autoctone. Altri segnalano che gli immigrati presentano una forte propensione ad aprire la partita Iva perché ritengono più dignitoso lavorare in qualità di autonomi, anziché come dipendenti.

In linea generale, chi apre un’attività imprenditoriale mostra di aver attivato un percorso di inclusione importante, diventando parte attiva del sistema economico. D’altronde, non sono trascurabili le attività economiche a guida straniera avviate per ‘coprire’ operazioni di evasione e commercializzazione di merce contraffatta, creando problemi anche di concorrenza sleale nei confronti delle imprese italiane.

Commercio, edilizia, alloggio-ristorazione i settori più interessati

Il commercio e l’edilizia sono i due settori economici dove si trova il maggior numero di imprenditori stranieri. Nel primo sono quasi 195mila, nel secondo 156mila. Se nel primo caso costituiscono il 15,2% di tutte le attività presenti in questo settore, nel secondo si arriva fino al 20,6%.

Le quasi 351mila attività di questi due settori incidono per il 60% sul totale delle imprese di stranieri presenti in Italia.
Il terzo settore più interessato dagli imprenditori stranieri è alloggio-ristorazione, con 50.210 unità (12,7%). 

Sul podio romeni, cinesi, marocchini

Quanto alla nazionalità, gli imprenditori stranieri maggiormente presenti in Italia sono romeni (78.258), seguiti da cinesi (78.114), marocchini (66.386) e albanesi (61.586).
Rispetto a 10 anni fa, la percentuale di crescita più sostenuta ha interessato i moldavi, con il +127%. Seguono i pakistani, +107%, e gli ucraini, +91%. 

Negli ultimi 10 anni la provincia d’Italia che ha registrato l’incremento percentuale più significativo è stata Napoli, dove tra il 2013 e il 2023 la crescita è più che raddoppiata (+109,3%).
Sempre in questo decennio, la variazione assoluta più importante ha interessato la Città Metropolitana di Milano, con un aumento delle aziende a guida straniera di 30.482 unità. Milano è anche il territorio che ne ospita di più (92.168).

Come cambia il mondo del lavoro: perchè piace la settimana corta?  

Il mondo del lavoro sta attraversando importanti trasformazioni: dalla diffusione dello smart working alla possibilità della settimana lavorativa corta. Questi cambiamenti possono migliorare sia il benessere dei lavoratori che l’impatto ambientale. Una recente indagine condotta da NielsenIQ per Pulsee Luce & Gas ha raccolto le opinioni di un campione rappresentativo di italiani su queste nuove modalità di lavoro.

Smart working: molti vantaggi e qualche criticità

Dallo studio emerge che circa un terzo degli italiani lavora in modalità remota o ibrida, con una media di due giorni su cinque dedicati allo smart working. Il 49% degli intervistati preferisce questa modalità rispetto all’ufficio (42%). I vantaggi principali riguardano il risparmio di tempo (41 minuti al giorno) e di denaro (circa 124 euro al mese tra spostamenti e pasti), oltre a un miglior bilanciamento tra vita privata e lavoro. Tuttavia, ci sono anche criticità: l’isolamento sociale (59%), la sedentarietà (58%) e la difficoltà di mantenere separata la sfera professionale da quella privata (44%).

Questa modalità è apprezzata soprattutto nelle professioni che richiedono pochi strumenti specifici: oltre il 70% degli intervistati dispone delle tecnologie necessarie per lavorare da casa. Tuttavia, solo una minoranza possiede sedute ergonomiche o scrivanie regolabili, elementi essenziali per la salute posturale.

Il rischio dei maggiori consumi energetici 

Un altro aspetto rilevante dello smart working è l’aumento dei consumi energetici: il 49% degli intervistati segnala un incremento delle bollette. Per compensare, molti adottano misure come l’uso di lampadine a basso consumo (59%) e la maggiore illuminazione naturale (58%). Altri accorgimenti comprendono lo spegnimento del computer quando non in uso e la regolazione dell’uso di riscaldamento e climatizzazione.

La settimana corta: un’opportunità per il work-life balance

La settimana lavorativa di quattro giorni, riferisce Adnkronos, è auspicata dall’80% degli intervistati, in particolare da chi ha figli o familiari a carico. Il 75% ritiene che la settimana corta permetterebbe di gestire meglio le esigenze familiari. Anche per chi si prende cura di anziani o disabili, avere un giorno libero in più rappresenta un’importante risorsa per dedicarsi ai propri cari.

Le aziende sono chiamate a rispondere a queste esigenze, offrendo flessibilità (37%) e ore di permesso (22%), oltre a forme di supporto psicologico.

I compromessi per la settimana corta

Per ottenere la settimana corta, i lavoratori si dichiarano disponibili ad accettare flessibilità sugli orari (52%) e a intensificare la produttività durante i giorni lavorativi (47%). Solo il 10% sarebbe disposto a una riduzione dello stipendio. I benefici attesi includono una maggiore soddisfazione personale (63%) e più tempo di qualità con la famiglia, anche se restano criticità come il potenziale aumento del carico di lavoro e della pressione sugli obiettivi.

La settimana corta appare quindi come una soluzione desiderabile per migliorare il benessere lavorativo e personale, bilanciando in modo più efficace vita privata e attività professionale.

Housing Sociale a Milano: cresce la domanda, ma l’offerta resta inadeguata

A Milano l’offerta di alloggi a prezzi accessibili non riesce a soddisfare la crescente domanda abitativa. Questa è la conclusione di una serie di ricerche condotte da istituti di rilievo come Cresme, Politecnico di Milano, Nomisma, Bocconi, EvaLab e Avanzi. I risultati sono stati presentati da Fondazione Housing Sociale durante l’evento per il suo ventesimo anniversario, alla presenza di rappresentanti istituzionali.

L’obiettivo dell’indagine è stato quello di analizzare lo stato attuale e le prospettive di sviluppo dell’housing sociale in Italia, focalizzandosi su Milano come caso emblematico.

Alloggi sotto la Madonnina: numeri e criticità

Attualmente, a Milano sono disponibili 16.681 alloggi in affitto a canoni calmierati, prevalentemente gestiti da fondi e cooperative. Negli ultimi dieci anni sono stati realizzati 4.000 alloggi in vendita convenzionata e 3.551 in affitto, di cui il 10% riservato a soggetti fragili, grazie al sostegno del terzo settore. Tuttavia, le risorse impiegate non risultano ancora sufficienti a coprire il fabbisogno abitativo. Una ricerca di Nomisma evidenzia come circa il 25% delle famiglie milanesi abbia un reddito mensile compreso tra 1.600 e 2.700 euro, un segmento che fatica a trovare soluzioni abitative adeguate.

La distribuzione geografica dei progetti di housing

L’analisi ha messo in luce una forte concentrazione di progetti di social housing nelle regioni del Nord e del Centro Italia. In particolare, il 29,8% dei progetti si trova in Lombardia e il 20,2% in Toscana. Seguono Emilia-Romagna (18,1%), Piemonte (12,8%) e Veneto (9,6%). Più del 70% delle iniziative è localizzato nei capoluoghi, a testimonianza del fatto che la domanda abitativa è più forte nelle aree urbane maggiormente sviluppate.

Tuttavia, la ricerca sottolinea che molti alloggi destinati al terzo settore sono frammentati in piccoli blocchi, il che rende complessa la loro gestione e individuazione.

Strategie per rafforzare il sistema abitativo

Un elemento cruciale per il futuro dell’housing sociale, riporta Adnkronos, è l’accesso ai capitali. Questi progetti richiedono investimenti a lungo termine, con orizzonti temporali di almeno 30 anni, tassi agevolati e un forte orientamento all’impatto sociale.

L’indagine dell’Università Bocconi suggerisce la creazione di un fondo nazionale di garanzia, ispirato ai modelli francese e olandese, per facilitare la collaborazione tra pubblico e privato.

Un futuro orientato all’inclusione

Dal 2004, Fondazione Housing Sociale, insieme a Fondazione Cariplo, ha promosso lo sviluppo di progetti abitativi inclusivi. L’obiettivo è offrire soluzioni su misura per giovani coppie, anziani, studenti e migranti, garantendo alloggi accessibili e servizi di supporto per le fasce più vulnerabili.

Salute, quella mentale preoccupa i cittadini di 31 paesi  

Il comparto della sanità è promosso, con qualche riserva, in 31 paesi del mondo. Il 44% degli intervistati ritiene che la qualità dell’assistenza sanitaria sia complessivamente buona. Tuttavia, emergono sfide significative, come l’accesso alle cure e la carenza di personale. Questi ostacoli sono considerati problemi strutturali di notevole importanza.

La pandemia ha messo in luce alcune di queste criticità, portando a una rivalutazione generale dei sistemi sanitari nel mondo. Lo rivela l’Ipsos Health Service Report.

L’impatto della pandemia sulla salute mentale

Anche se il Covid-19 è una malattia principalmente respiratoria, il suo impatto più significativo potrebbe essere legato alla salute mentale. Negli ultimi anni, c’è stato un cambiamento radicale nella percezione di questo tema.
Nel 2018, solo il 27% delle persone considerava la salute mentale una delle principali problematiche sanitarie, collocandola al terzo posto. Oggi, questa percentuale è salita al 45%, rendendola la preoccupazione principale in 31 paesi.

Inoltre, lo stress è salito al terzo posto tra i problemi di salute, con il 31% delle persone che lo segnala come una delle maggiori sfide.

Differenze di percezione in base alla nazionalità e al genere 

Esistono notevoli differenze di atteggiamenti verso la salute mentale tra i vari paesi e tra i generi. In quasi tutti i paesi, ad eccezione di India e Thailandia, le donne sono più inclini a considerare la salute mentale come una preoccupazione importante. Il divario si amplia ulteriormente tra i giovani: il 55% delle donne della Generazione Z mette la salute mentale tra i principali problemi, contro il 37% degli uomini della stessa fascia d’età.

Nella generazione dei Baby Boomers, invece, il divario di genere è minimo, con il 27% delle donne e il 26% degli uomini che considerano la salute mentale come una delle loro preoccupazioni principali.

I timori dei Baby Boomers

Nonostante la crescente preoccupazione per la salute mentale, per i Baby Boomers il cancro rimane la principale minaccia. Il 46% degli intervistati di questa generazione lo considera il problema di salute più rilevante, con una leggera prevalenza tra le donne (48%) rispetto agli uomini (44%).

Questa percezione è rafforzata anche dal calo degli screening durante la pandemia, che ha reso cruciale una maggiore consapevolezza del rischio di contrarre malattie gravi come il cancro.

Soddisfazione per i sistemi sanitari

Nonostante le sfide, il 44% delle persone intervistate in 31 paesi continua a giudicare positivamente la qualità del proprio sistema sanitario. Tuttavia, questo dato, che aveva raggiunto il 53% durante il picco della pandemia nel 2021, è ora tornato ai livelli pre-pandemici.